Bilancio della fashion week di Milano: quel che va e che non va nella moda italiana - Moda Artigiana

23 settembre 2014
Categoria:
Uncategorized
Commenti: Commenti disabilitati

Tags: , , , , , , ,

Bilancio della fashion week di Milano: quel che va e che non va nella moda italiana

Come accade spesso dalle parti di chi ci vorrebbe soffiare i primati delle sfilate, alcuni giornali inglesi sparano a zero sulle passerelle milanesi. A parte la complessità di un calendario in cui i posizionamenti sembravano tirati a sorte, ci sono però alcuni punti da chiarire per ricondurre il dibattito entro binari logici.
Il primo riguarda l’assoluta leadership manifatturiera italiana nel segmento medio-fine e dell’alto di gamma, altrimenti battezzato lusso. Quasi 62 miliardi di euro di fatturato previsti per quest’anno non sono noccioline e non c’è competitor che tenga davanti a simili cifre (i colossi dell’abbigliamento, soprattutto Usa, non presidiano queste fasce di prodotti). A questi si aggiungono oltre 47 miliardi di esportazioni attese sempre per il 2014: numeri impressionanti che evidenziano, tra l’altro, come la Francia, patria di molte delle griffe più prestigiose e desiderate dai consumatori di tutto il mondo, sia diventata il nostro primo cliente. È proprio qui sul nostro territorio, infatti, che i francesi, gli inglesi e gli statunitensi producono direttamente o fanno produrre da contoterzisti di fiducia il top di abiti, scarpe e borse.

moda italiana

Il secondo punto apre al tema del capitalismo nella moda: molte aziende, soprattutto di piccole e medie dimensioni, stanno vivendo il passaggio generazionale e sono colpite dal credit crunch. Mentre sulle passerelle i cosiddetti giovani sono sostanzialmente dei 40enni, mentre dovrebbero essere dei 25enni, al massimo 30enni. Le “mosse” della Camera nazionale della moda italiana su questo fronte, seppur insieme a un partner di prestigio come UniCredit e a Sistema moda Italia, sembrano andare al rallentatore: le operazioni di selezione dei talenti da supportare sono state ben al di sotto di quel che ci aspetterebbe dall’istituzione.
Ancora, e siamo al terzo punto, in passerella vanno diversi brand che non hanno lo standing stilistico sufficiente per sfilare: non si parla, qui, di dimensioni del business insufficienti – peraltro oltre la metà dei marchi di Milano moda donna ha ricavi inferiori ai 25 milioni, con una media di 12 milioni – ma proprio di contenuto di ricerca e innovazione. La sfilata ha costi importanti per le aziende, e forse molti temono che un’eventuale cancellazione trasmetta pensieri negativi ai compratori. I quali, però, sono proprio gli interlocutori che hanno la maggiore necessità di scremare, soprattutto se operano sul mercato domestico sempre asfittico.
Insomma, servirebbe una bella sferzata, la stessa di cui ha necessità l’intero Paese, una sferzata che, purtroppo, non sembra a portata di mano. Ma resta il fatto che, contrariamente a quanto sostengono i più mono uso elettromedicalicritici, la maggior parte delle collezioni è piaciuta – eccome se è piaciuta – ai buyer dei più importanti department store. In prima fila, quelli americani: un mercato che non ci delude mai, che non vive una rallentamento rispetto alle crescite a doppia cifra del recente passato, come la Cina, che non soffre la pesantissima crisi geopolitica in corso in Russia, con ricaduta di sanzioni commerciali e finanziarie.
Il made in Italy è un asset meraviglioso, composto da creatività, manualità, capacità di creare un’emozione, non solo in passerella. Serve fare squadra. Questo proprio ancora non si vede. fonte:ilsole24ore


L'arte incontra la moda

Le nostre categorie